Data Revisione: 22 Dicembre 2011 - in corso.
Agricoltura equa e sostenibile.
Equità.
Ogni azione umana deve concorrere all'equità ambientale e all'equità sociale.
Quando parliamo di equità la prima cosa a cui pensiamo è una bilancia. Una bilancia è uno strumento per misurare la massa sconosciuta di un oggetto rispetto alla massa nota di uno o più pesi. È composta da una leva posizionata su un fulcro centrale. Ai lati opposti della leva ci sono due piatti. Su un piatto si mette l'oggetto di cui si vuole conoscere la massa, sull'altro si aggiungono o si tolgono alcuni pesi di massa nota, fino a che i due piatti stanno alla stessa altezza. A quel punto i due piatti sono in equilibrio e le masse degli oggetti che stanno sopra i due piatti sono uguali. Sommando le masse dei pesi di massa nota si determina la massa dell'oggetto da pesare.
Nell'antica iconografia, la Giustizia è rappresentata da una donna che tiene in mano una bilancia. Non è un capriccio. Giustizia ed Equità sono sinonimi.
Ogni azione umana deve concorrere alla giustizia ambientale e alla giustizia sociale.
Quindi se ogni azione umana deve essere equa e giusta sia verso gli ecosistemi in cui viviamo, sia verso gli altri esseri umani con cui viviamo, anche l'agricoltura, l'insieme delle azioni umane volte a prelevare (raccolta, caccia, pesca) o produrre (coltivazione, sia di foreste [silvicoltura] sia di campi [agricoltura in senso stretto]; allevamento, sia di animali terrestri, sia di animali acquatici [acquacoltura]) le materie prime biologiche per la specie umana, deve essere equa e giusta.
Richiamo l'attenzione sul fatto che oggi l'azione umana comprende l'agire contemporaneo di 7 miliardi di individui umani e quindi l'ambiente di riferimento, nel cui ambito valutare l'equità delle nostre azioni, non può limitarsi al nostro orticello ma deve essere il pianeta Terra nella sua interezza. L'analisi deve essere globale e non locale. L'azione è locale con effetti globali.
Sostenibilità.
Non basta limitare al breve periodo la valutazione dei possibili effetti dell'azione umana sulla Terra e sugli esseri umani, ma bisogna estendere tale valutazione al lungo periodo, bisogna che ci mettiamo a pensare anche al bene degli ecosistemi terrestri futuri e delle generazioni umane future. Solo allora le nostre scelte e le nostre azioni saranno, oltre che eque, sostenibili.
Se ogni azione umana deve essere sostenibile sia verso gli ecosistemi futuri, sia verso le generazioni umane future, anche l'agricoltura deve essere sostenibile.
Premettiamo alcune convenzioni:
- distinguiamo i processi in due classi: i processi di produzione e i processi di consumo;
- definiamo i prodotti come gli output dei processi di produzione e di consumo che vengono reimpiegati completamente in un processo successivo di produzione o di consumo;
- definiamo i rifiuti come gli output dei processi di produzione e di consumo che non vengono reimpiegati come materie prime in un processo successivo di produzione o di consumo.
Dalle norme di equità e sostenibilità precedenti, è chiaro che dobbiamo tendere verso processi di produzione e di consumo che non generano rifiuti, perchè la produzione di rifiuti equivale alla sottrazione di materie prime per gli organismi viventi e/o alla generazione di agenti tossici per gli organismi viventi.
Quando un'azione è sostenibile? Quando un processo è sostenibile?
Un processo è sostenibile quando può essere ripetuto ancora almeno una volta e quindi per sempre (ricorsività). Per il principio della conservazione della massa (la materia non si crea né si distrugge) sul pianeta Terra le risorse materiali sono finite, e, allora, un processo può essere ripetuto ancora almeno una volta e quindi per sempre se e solo se tale processo è ciclico.
Un processo è ciclico quando trasforma le materie prime in prodotti che a loro volta si trasformano, dopo processi successivi, nelle materie prime di partenza.Se il processo non fosse ciclico col tempo le materie prime che lo alimentano finirebbero. A quel punto tale processo non sarebbe più eseguibile.
Quindi un processo è insostenibile quando tale processo non può essere ripetuto ancora almeno una volta e quindi per sempre, ovvero quando tale processo non è ciclico ma è rettilineo. Un processo rettilineo è un processo che consuma materie prime e produce non solo prodotti ma anche rifiuti. I rifiuti sono gli output dei processi di produzione e consumo che si accumulano senza diventare materie prime di successivi processi produttivi (e in questo sequestro temporaneo di materie prime sta l'insostenibilità).
Dopo qualche centinaio di milioni di anni i rifiuti potrebbero essere prima subdotti nell'astenosfera e poi eruttati da un vulcano o da una dorsale atlantica come lava, ceneri e gas e tornare ad essere materie prime! E allora questo vuol dire che in un orizzonte temporale di centinaia di milioni di anni, confrontabile con la durata del ciclo delle rocce, l'uomo non produce rifiuti; mentre in un orizzonte temporale di uno o più anni, confrontabile con la durata dei cicli biologici, l'uomo produce rifiuti con effetti devastanti, iniqui e insostenibili.
Tutti i processi produttivi umani oggi rettilinei possono diventare ciclici! È solo un problema di costi e quindi di scelta. Mi spiego. Se in qualità di produttore (singolo o multinazionale, il discorso non cambia) produco rifiuti vuol dire che accollo agli ecosistemi e alle comunità il costo generato da tali rifiuti (inquinamento, incenerimento, accumulazione in discarica, separazione e recupero dei materiali al fine di un riciclo o riuso). Ma vuol dire anche che posso vendere ai consumatori ad un prezzo inferiore in quanto non devo girare loro i costi sostenuti per evitare di produrre rifiuti. Quindi bisogna rendersi conto che abbiamo a che fare con un problema sia di produzione sia di consumo. Bisogna impegnarci a progettare sistemi produttivi e di consumo a zero rifiuti. Non basta produrre a zero rifiuti, bisogna anche consumare prodotti che non generano rifiuti dopo essere stati consumati. Se il prezzo dei prodotti che non producono rifiuti nelle fasi di produzione e consumo è troppo alto allora devo temporaneamente rinunciare a quei prodotti e aspettare che innovazioni di tecnologia e di stile di vita permettano la produzione e il consumo a rifiuto zero a prezzi accessibili. È facile accollare agli ecosistemi o alle comunità sia parte dei costi di produzione, a tutto vantaggio degli investitori, sia minori prezzi di consumo a tutto vantaggio degli acquirenti. I conti ahimé tornano sempre e quello che guadagnano in più gli investitori e/o pagano in meno gli acquirenti, lo pagano gli ecosistemi, le comunità, gli ecosistemi futuri e le generazioni future.
Se una generazione usa alcune risorse terrestri nel corso della propria esistenza senza dar tempo alle stesse di rigenerarsi, le usa a detrimento delle generazioni future. Togliere risorse alle generazioni future significa agire in modo insostenibile. Esempi eclatanti sono l'utilizzo di vettori energetici fossili (carbone, petrolio, gas) e nucleari (uranio, plutonio), l'utilizzo di falde acquifere con prelievi superiori alle immissioni naturali, la caccia e la pesca quando attuano un prelievo anno di individui dagli ecosistemi superiore alla riproduzione e alla maturazione delle varie specie prelevate, con conseguente diminuzione delle popolazioni fino a raggiungere o oltrepassare le soglie di estinzione, il disboscamento per uso energetico (dighe idroelettriche, petrolio), minerario e agricolo delle aree a foresta tropicale.
Agricoltura equa e sostenibile.
Abbiamo visto cosa significa agire equamente e sostenibilmente. Agire equamente significa agire con giustizia verso la Terra e la specie umana presenti, agire sostenibilmente vuol dire agire con giustizia verso la Terra e la specie umana future. Quindi, oggi come ieri e come sempre, i produttori e i consumatori possono scegliere di agire tra due classi di indirizzi opposti:
- agire in modo equo e sostenibile, ovvero internalizzare i costi ambientali e sociali delle proprie azioni verso gli ecosistemi e le comunità umane presenti e future;
- agire in modo iniquo e insostenibile, ovvero esternalizzare i costi ambientali e sociali delle proprie azioni verso gli ecosistemi e le comunità umane presenti e future.
La stessa scelta si pone ai produttori agricoli e ai consumatori di prodotti agricoli (in senso lato e non solo di prodotti agricoli alimentari):
- dal lato della produzione agricola: o fare agricoltura equa e sostenibile ossia internalizzare i costi ambientali e sociali dell'impresa agricola, o fare agricoltura iniqua e insostenibile, ovvero esternalizzare i costi ambientali e sociali dell'impresa agricola;
- dal lato del consumo di prodotti agricoli: o promuovere, incentivare e consumare prodotti agricoli equi e sostenibili o promuovere, incentivare e consumare prodotti agricoli iniqui e insostenibili.
Tra questi due indirizzi produttivi ideali ricadono tutte le aziende agricole reali, nonché le aziende di trasformazione, commercializzazione, distribuzione e i consumatori.
Proviamoci a dare qualche contenuto alle frasi agire con equità e sostenibilità nell'ambito della produzione agricola.
Produzione agricola equa e sostenibile.
La superficie terrestre ha un'area di circa 510 106 km2, dove, forse è bene metterlo in evidenza, 1 km2 è pari a 100 ettari e 106 km2 sono pari a 100.000.000 di ettari. In questa epoca geologica, l'area della superficie terrestre è suddivisa in:
- 360 106 km2 coperti da oceani e
- 150 106 km2 coperti da terre emerse.
Delle terre emerse:
- 60 106 km2 sono terre «inospitali»: ghiacci, tundre, steppe fredde e/o aride e deserti, e
- 90 106 km2 sono terre «ospitali»: praterie e foreste.
Delle terre ospitali:
- 75 106 km2 sono le terre ospitali sottratte dall'uomo agli ecosistemi praterie e foreste per realizzare antroposistemi, mentre
- 15 106 km2 sono le terre ospitali rimaste agli ecosistemi praterie e foreste.
Nel dettaglio, la specie umana sta usando le terre ospitali sottratte agli ecosistemi praterie e foreste come segue (fonte FAOSTAT):
- 25 106 km2 per selvicoltura;
- 35 106 km2 per pascolo;
- 15 106 km2 per terre arabili.
Gli antroposistemi «pesanti» (aree residenziali, commerciali, industriali, militari, e loro infrastrutture di collegamento) coprono attualmente tra i 2 106 km2 e i 4 106 km2 che vanno sottratti agli antroposistemi «leggeri» (specialmente silvosistemi e pascoli).
Nel mondo ci sono circa 100.000.000 di km di strade (fonte CIA The World Factbook) ovvero 100 miliardi di metri di strade. Se ipotizziamo una larghezza media delle strade pari a 10 m, risulta che le sole strade coprono una superficie pari a 1.000 miliardi di metri quadrati ovvero 1 × 106 km2. Le strade coprono un novantesimo delle terre emerse ospitali. Abbiamo trasformato 100.000.000 di ha a praterie e foreste in strade per correre con le nostre automobiline!
Da questi dati, è immediato verificare che il vettore di ripartizione delle terre emerse tra ecosistemi praterie e foreste e antroposistemi è pari a (10%, 50%) e il vettore di ripartizione delle terre emerse ospitali tra ecosistemi praterie e foreste e antroposistemi è pari a (16,67%, 83,33%), vettori con valori troppo sbilanciati per consentire a Gaia di regolare, tramite reazioni negative (negative feedbacks) e positive (positive feedbacks), la temperatura e il clima del pianeta e, quindi, che non corrispondono a un agire umano equo e sostenibile.
È necessario darsi degli obiettivi quantitativi in termini di assegnazione delle superfici agli usi antropici e in termini di tempi. In particolare il vettore di ripartizione delle terre emerse tra ecosistemi praterie e foreste e antroposistemi dovrebbe essere posto pari a (30%, 30%) e il vettore di ripartizione delle terre emerse ospitali tra ecosistemi praterie e foreste e antroposistemi dovrebbe essere posto pari a (50%, 50%). Questo implica un immediato lavoro di individuazione dei terreni da restituire nel tempo (25 anni) a Cerere (la wilderness) e un contestuale lavoro di:
- ripensamento delle opere di tutela del territorio dai disastri idrogeologici,
- ristrutturazione delle bonifiche,
- rinaturalizzazione dei terreni antropizzati (30 106 km2),
- ridefinizione delle coltivazioni/allevamenti da attuare, in funzione dei bisogni nutrizionali della comunità insistente sul territorio,
- ridefinizione delle scelte organizzative e tecnologiche impiegate nella produzione, per minimizzare il tempo di lavoro umano per unità di massa prodotta, massimizzare la resa ottenuta in unità di massa per unità di superficie,
- ridefinizione dello stile di vita dei consumatori, per esempio in campo alimentare insegnare a mangiare in modo diverso per quantità, qualità e tempi,
- riqualificazione degli operatori agricoli, affinché imparino a produrre il mix di prodotti atti a soddisfare con le nuove tecnologie i nuovi stili di vita,
- definizione di nuove figure professionali di indirizzo, ausilio e controllo della produzione e del consumo dei prodotti agricoli.
Metodi di coltivazione sostenibili.
Esternalizzare i costi ambientali e sociali dell'impresa agricola vuol dire portare fuori dalla propria impresa e, quindi, non sostenere e non iscrivere tali costi nel proprio conto economico d'impresa; tali costi vengono trasferiti e fatti pagare agli ecosistemi e alle comunità. Con tale classe di indirizzi produttivi vengono generate ingiustizia ambientale e ingiustizia sociale. Tali processi produttivi finiranno quando saranno esaurite le risorse, includendo tra queste la capacità di assorbimento dei costi da parte degli ecosistemi e delle comunità o quando siederà in parlamento un legislatore forte, preparato e sensibile che porrà fine alle ingiustizie ambientali e sociali ovvero ai processi produttivi insostenibili che le generano.
Internalizzare i costi ambientali e sociali dell'impresa agricola vuol dire tenere dentro la propria impresa e, quindi, sostenere e iscrivere tali costi nel proprio conto economico d'impresa; tali costi non vengono trasferiti agli ecosistemi e alle comunità. Con tale classe di indirizzi produttivi non vengono generate ingiustizia ambientale e ingiustizia sociale.
Visto che la gran parte degli imprenditori agricoli attuali è posizionata sul lato dell'agricoltura insostenibile, vale la pena accennare a cosa significa in concreto fare agricoltura sostenibile, al livello più spinto:
- al posto di impiegare sementi selezionate da poche multinazionali, impiegare sementi selezionate dalle aziende agricole in loco; le pratiche di impollinazione controllata, raccolta, selezione, conservazione e scambio di semi tra agricoltori vanno reintrodotte nelle aziende agricole, restituendo agli agricoltori la funzione di Custodi dei Semi (Seed Savers); questo passo impone una revisione della normativa vigente sulla produzione di sementi e una riqualificazione massale degli agricoltori che hanno perduto le loro conoscenze di genetica mendelliana ovvero di metodi di impollinazione e selezione delle piante e dei loro semi;
- al posto di impiegare piante ottenute da riproduzione vegetativa, che contribuiscono all’arresto dell’evoluzione, impiegare esclusivamente piante ottenute da semi derivati da ampi pools genetici presenti nei campi e non in fantomatiche banche del seme ex situ;
- al posto di impiegare piante OGM in campo aperto, che contaminano e contamineranno forse per sempre i genomi selezionati dall’evoluzione, impiegare in campo aperto esclusivamente piante ottenute da semi non OGM;
- al posto di distribuire fertilizzanti in funzione della coltura praticata, ricostituire e mantenere nel tempo la rete trofica
ipogea, che è la vera base della fertilità del suolo, tramite:
- interramento di legno di alberi e arbusti morti o potati, per favorire la ricolonizzazione del terreno da parte di funghi,
- interramento di biochar addizionato con urina animale e umana,
- interramento superficiale dei residui delle colture principali,
- sovescio di piante erbacee in coltura secondaria, quando le rotazioni lo permettono come con la coltivazione di ortaggi a ciclo breve,
- distribuzione di letami, compost e borlande,
- non uso di fertilizzanti di sintesi antropica,
- uso di consociazioni: piante diverse sulla stessa area nello stesso momento,
- uso di rotazioni: piante diverse sulla stessa area in momenti diversi,
- non incendio di stoppie e in generale di residui di colture e sfalci;
- al posto di distribuire battericidi, fungicidi, acaricidi e insetticidi per eliminare i predatori e i parassiti delle piante obiettivo, arrivare a non fare trattamenti, permettendo così la ricostituzione di una rete trofica complessa ipogea ed epigea, dove ogni specie vivente è interdipendente, ovvero dove non ci sono funghi, acari, insetti ed altri organismi senza loro predatori o parassiti che controllino l'aumento esponenziale della popolazione di un organismo a scapito degli altri. I mezzi tecnici diventano gli organismi viventi stessi, di nuovo connessi in una interazione di equilibrio dinamico. A tal fine è necessario realizzare una rete ecologica «connessa» procedendo, all'interno dei fondi rurali, all’impianto di prati, siepi, macchie boscate, e allo scavo di stagni e alla realizzazione conseguente di dune, ottenute dal terreno di scavo, nonché ad imparare ad accettare la perdita di parte della produzione agricola per mantenere e sostenere l'alimentazione degli organismi ospitati;
- al posto di distribuire erbicidi per eliminare i concorrenti delle piante obiettivo, attuare consociazioni secondo i diversi schemi della bulatura (compresenza di colture diverse, per esempio frumento e trifoglio, mais e fagiolo, nello stesso campo coltivato) e dello strip cropping (presenza di colture diverse su strisce di terreno diverse all'interno dello stesso campo coltivato), rotazioni e sovesci per la riduzione delle infestanti perenni, pacciamature a base di paglie, corteccie o lana, l'utilizzo di tecniche agronomiche in funzione antigerminativa dei semi delle piante indesiderate, le false semine e, quando proprio indispensabile, il diserbo meccanico: strigliature, sarchiature, coperture o il pirodiserbo;
- al posto di distribuire ormoni nelle varie fasi di radicazione, fecondazione, allegagione e maturazione, selezionare piante esclusivamente da seme che si adattino nel tempo al suolo e al clima locali, distribuire letame maturo con funzione radicante prima dell’impianto di plantule arboree, accettare una maturazione scalare per un consumo quanto più immediato (intervalli minimi tra raccolta e consumo) e protratto nel tempo (produzione distribuita nel tempo per assecondare il consumo), riducendo il ricorso alla conservazione per distribuire nel tempo il consumo della produzione, passaggio reso obbligatorio scegliendo metodi di produzione con raccolte concentrate in intervalli di tempo brevissimi;
- al posto di usare limacidi, ornitocidi e rodenticidi, per il controllo dei danni alle colture pronte per essere raccolte o già raccolte e stoccate, favorire la presenza dei loro predatori specializzati: lumache carnivore e ricci per le lumache, grandi rapaci per colombi e tortore, barbagianni per i topi (una coppia mangia circa 5.000 topi all'anno).
Tutto quanto detto per le produzioni vegetali è valido, mutatis mutandis, per le produzioni animali.